Cui prodest, a chi giova? Questa è la domanda che spesso mi pongo. Eh sì l’ammetto, sono una di quelle persone che cerca le verità nascoste, che si pone delle domande, che ama indagare, che non si accontenta delle versioni ufficiali. Avevo già capito che nel mare magnum di guide per ristoranti, vini e quant’altro ci fosse un mondo nascosto…no, non ho scoperto chi ha ucciso J.F.K., né tantomeno le verità sul 2012 … diciamo che in una serata, grazie ad uno stimato enologo AIS, ho capito come nascono, oggi, certe guide. Interessa? Leggete qui.

 

Vini del territorio, vini da capitolato.
Un J’accuse a tutto campo quello dell’enologo Filippo Parmigiani che non ha risparmiato guide blasonate e “vini da capitolato”, come lui stesso li ha definiti, aprendo scenari poco conosciuti sull’enologia del nostro Paese. Una lezione che non t’aspetti, quella di venerdì 14 maggio tenuta presso la Delegazione di Milano, di quelle che difficilmente puoi dimenticare per la franchezza e la corrosiva onestà di un accreditato esperto che arriva e dice, senza mezzi termini, “il re è nudo”. E il re in questione non è tanto il vino, quanto tutto quello che gli ruota intorno tra informazione, guide ed esperti. “Il mondo vino, in Italia, muove un fatturato di oltre 20 miliardi di euro – ha esordito Parmigiani –, questi interessi economici l’hanno reso un settore maledettamente serio.”

I dati, effettivamente, sono molto interessanti: 9 miliardi di euro di fatturato annuo per il vino, 11 miliardi per l’indotto, 1 milione 200mila occupati nel settore e 3 milioni e mezzo di enoturisti nel nostro Paese. Dopo aver snocciolato queste cifre, l’enologo ha spiegato l’evoluzione del settore negli ultimi cinquant’anni.
“All’inizio il vino veniva promosso dal passaparola del portinaio, dell’oste e dell’accanito bevitore – ha spiegato Parmigiani – poi, col tempo, la necessità per il produttore di essere conosciuto ha portato alla nascita delle guide. La prima è stata quella di Luigi Veronelli, punto di arrivo per chi voleva differenziarsi arrivando ad un mercato più qualificato di ristoranti ed enoteche. Questo ha innescato un trend in cui l’informazione ha cominciato a fare da tramite fra produttore e consumatore, arrivando a legittimare,oggi, il vino stesso”.
L’editoria del settore è cresciuta enormemente, in questi ultimi anni, arrivando a contare 36 guide nazionali ed un innumerevole sottobosco di vademecum promossi dalle Camere di Commercio, dai Consorzi e dalle varie Associazioni del territorio.
“Dopo qualche anno è nata l’esigenza di creare qualcosa di nuovo: delle guide che non dessero solo punteggi e valutazioni, ma che garantissero un vero ritorno commerciale al produttore.”
Seguendo questa filosofia, secondo l’enologo, alcuni gruppi editoriali hanno creato vere reti promozionali che, partendo dai produttori, passando dai ristoranti e dalle enoteche, sono arrivate all’appassionato attraverso guide e manifestazioni ad hoc. Fin qui niente di male, semplice attività di intermediazione si dirà, ma la questione si è complicata strada facendo.
“Il vero problema – ha spiegato Parmigiani – è nato quando questi personaggi sono letteralmente entrati nelle cantine dei viticoltori condizionandone la produzione. Il giochino consiste, grosso modo, nel fare delle consulenze attraverso esperti ed enologi del gruppo editoriale che spingono il produttore a fare scelte di cantina per migliorare, a dir loro, il vino, rendendolo commercialmente più appetibile. Questo assicura al produttore non solo il suo inserimento nella guida, magari nei primi posti, ma gli garantisce soprattutto la vendita.”
Non male se si tiene conto che, come dicevamo, gli enoturisti nel nostro Paese sono oltre 3,5 milioni e che molti di loro utilizzano le guide come strumento per orientarsi nel complesso mondo vino.
“Questo almeno in teoria – ha continuato – perché negli ultimi anni il settore si è saturato e molti, forse troppi produttori sono stati inseriti nei primi posti delle guide più blasonate. Il giochino, quindi, ha iniziato a non rende più come prima ed oggi sta portando alcuni produttori a riflettere sulle scelte del futuro. Tutto questo ci dovrebbe far dire semplicemente che nel mondo del vino c’è posto per tutti, anche per chi ha deciso di restare fuori da certi canali e non vuole fare “vini da capitolato”, vini perfetti, ben inteso, ma che rischiano di essere tutti uguali seguendo il gusto e le mode del momento.”

“Vini da capitolato”, quindi, come definizione di “vini da protocollo da geometra”, tutti uguali, ruffiani al punto giusto da accaparrarsi, certamente, una fetta di mercato di appassionati.
“Mi è capitato, poco tempo fa durante una manifestazione, di assaggiare quattro vini fatti con lo stampo, di quattro produttori diversi. Erano come, passatemi il paragone, quattro splendide villette a schiera, con tutta la domotica del mondo, tutti i confort, il giardino con la palma, la piscina con l’idromassaggio e il parcheggio privato. Erano perfetti, avevano tutte le caratteristiche per piacere; ma erano, comunque, quattro villette a schiera identiche. Da qui è uscita la definizione di “Vini da capitolato”.”
Come a dire che da quel “capitolato” non si può e non si deve uscire se si vuole colpire una parte di mercato: le uve devono avere quella gradazione, quel colore, la macerazione deve essere fatta in x giorni, a y gradi, per ottenere un prodotto con le caratteristiche giuste per piacere.


Nel mondo del vino c’è posto per tutti, dicevamo, quindi questa sera non deve passare il messaggio “che buoni i vini del territorio”, “che schifo i vini da capitolato”. In entrambi i casi occorre sforzarsi di capire le scelte del viticoltore. È ovvio che il grande produttore provi tutte le vie per avere più ascendente commerciale possibile, come è ovvio che il piccolo produttore, generalmente, faccia una scelta di tradizione. Entrambe sono posizioni rispettabili.”

 

(testo tratto integralmente da www.aismilano.it)