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Il riso all’Isolana – il cui nome rimanda a una delle capitali del Vialone Nano, Isola della Scala – prevede due tagli di carne, maiale e vitello, ma accetta diverse varianti. Ho visto che in alcuni casi viene usato solo l’uno o solo l’altro, in altri ancora la pasta di salame, ed è questo che ho assaggiato a casa di Giordana.
Devo aver già detto altrove che il riso mi piace più della pasta. Lo cucino anche più frequentemente e le mie origini non possono non essere prese in causa per questa mia prevalenza culinaria: milanese, di nonni milanesi, di bisnonni milanesi, di trisavoli milanesi , insomma una specie protetta. Dunque, non che il risotto si faccia solo a Milano, ma il risotto è solo della Pianura Padana e zone limitrofe (limitrofissime) e in particolare della zona che si incunea tra Lomellina e vercellese. Stop. Per risotto intendo, chiaramente, il risultato di quella prassi gastronomica che prevede soffritto, tostatura, cottura e mantecatura.
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Ho un brutto carattere. Sono nervosa, insofferente, periodicamente asociale, discontinua e con la predisposizione ad annoiarmi facilmente, inoltre ho la pessima abitudine di chiedere la frutta al ristorante. Ora, io mi domando e chiedo: pecchè al ristorante la frutta “salta”? Pecchè quando chiedi della frutta di stagione il garçon prima ti osserva con sguardo stolido e poi – dopo aver farfugliato qualcosa con il maître di sala – ti porta una mela e una banana anche se è maggio? Ma siete imbesuiti? Che è sta roba: la versione fruttereccia della luisona?
Ultimamente qualche ristorante si è evoluto in tal senso. Sono ancora pochi dal mio punto di vista, anche perchè gli evoluti appartengono alla fascia della ristorazione medio alta. Sono andata Al Cassinino e mi hanno presentato un bel caco al Rum, sono andata Al Porto e la vera sorpresa non è stata l’eterea frittura di pesce (o meglio, non solo) ma cestini monoporzione di duroni di Vignola freschi e sodi, fragoline di bosco con zucchero e limone e pesche al vino (tutta roba di stagione, s’intende). Ma ci vuole tanto?
Non è piaggeria, ma questo biancomangiare è nato per “merito” di Menta&Cioccolato, o meglio, della sua raccolta, e a causa di una mia svista: non mi sono accorta che tra le condizioni per partecipare c’era quella di NON usare il forno. Nella preparazione che ho segnalato in prima battuta (questa), io il forno l’ho usato, e per ben 2 ore! Ho dovuto ripegare su qualcosa d’altro. Ma meglio così, altrimenti questo delizioso dessert non sarebbe mai nato.
Dunque, anche questa ricetta, come la precedente – il bicchierino con ciliegie e panna acida – è di mia esclusiva invenzione
. Questo non vuol dire che magari ci sia al mondo qualcuno che fa una cosa simile ed è chiaro che questa non è necessariamente una garanzia, ma il risultato è decisamente interessante (mettiamola così, non voglio apparire presuntuosa).
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