Vino

Francesco Moser, vita di un ciclista che fa il vino

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Le sue imprese sono legate alla mia infanzia e all’immagine di mio padre che, seduto accanto a me accalorato e paonazzo come pochi, tifava il grande ciclista, e a mia madre che, alzati gli occhi al cielo, gli diceva neanche troppo teneramente:”Ma Giorgio, è inutile che urli, tanto non ti sente!”. Ho rintracciato Francesco Moser per un’intervista, era una calda mattina estiva, intono alle 11.30. Lui mi disse che era seduto comodamente al bar con degli amici, bevendo “un calice di quello buono”, nel centro di Gardolo di Mezzo in Trentino. Oramai da anni, da quando si è ritirato dall’agonismo nel 1987, Francesco Moser vive lì, nel Maso Villa Warth dove si è messo a produrre vino. Non si creda però che abbia seguito una tendenza che, ultimamente, va per la maggiore, nossignore. Mi riferisco al connubio tra vip e mondo del vino che vede produttori, personaggi come Ottavio Missoni, Mick Hucknall, Sting, Gad Lerner, Ron e Ornella Muti, solo per citarne alcuni. Francesco Moser, al contrario, questo lavoro l’ha sempre fatto anche quando era nel mondo del ciclismo. “La nostra famiglia ha sempre prodotto vino in provincia di Trento, esattamente a Palù dove sono nato, ed io lavoravo nei campi già da quando ero ragazzo. Iniziammo negli anni Cinquanta con mio padre che vendeva all’ingrosso, poi nel 1975 quando mio fratello smise col ciclismo cominciammo ad imbottigliare”.

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Metodo Classico…e non chiamatele bollicine, per carità!

vino spumante

Lo ammetto, non amo chi parla di Metodo Classico semplicemente come di bollicine italiane , come se si parlasse di acqua frizzante o chinotto. Credo, infatti, che le cose vadano chiamate col loro nome, perchè come diceva il buon Nanni Moretti chi parla male, pensa male e vive male . Non solo, vi dirò anche di essere in totale disaccordo con Beppe Severgnigni che da Italians, blog del Corriere, sostiene che ci sia, per questi prodotti, un problema di denominazione che ne limita il successo all’estero. Non s illudano di chiamarsi «metodo classico», una denominazione goffa e vaga (s adatta a qualsiasi prodotto, dal lamierino alle scarpe) - tuona il giornalista. Ebbene io sono convinta che l’errore stia proprio lì, nel fatto di non chiamare le cose col proprio nome.

I francesi, al contrario, sono dei veri maestri in questo. Loro, per gli Champagne, utilizzano la dicitura metodo champenoise (non troppo lontano dal nostro metodo classico) e difendono il marchio tanto da averne precluso l’utilizzo a tutti gli altri Paese, comunitari e non. Sanno fare comunicazione, credono nei loro prodotti e sono dei nazionalisti incredibilmente convinti quando c’è da parlare di import-export. Non si potrebbe che imparare da loro, non c’è che dire. Noi, al contrario, ci facciamo degli autogol incredibili, che ci fanno perdere credibilità in patria come all’estero.

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Sua Maestà il Barolo

barolo

Siamo nel tempo del tartufo d’Alba quello che, per delicatezza e aromaticità, è tra i gioielli della nostra tradizione. Pensando a questo tubero, col quale si possono fare cene luculliane, mi è venuto in mente un altro protagonista del Piemonte, vero re dell’enologia della regione, il Barolo Docg. Questo vino è prodotto in purezza da uve Nebbiolo nei comuni di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, La Morra, Monforte d’AIba, Novello, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Roddi e Cherasco.

 

Ci troviamo in provincia di Cuneo, con ben 4800 ettari vitatipercorribili su quella che, dal 2006, è diventata la Strada del Barolo e dei grandi vini di Langhe.Il paesaggio è davvero suggestivo e merita un viaggio per scoprire, non solo i sapori di questa zona del Piemonte, ma per conoscere la natura e le antiche residenze che la popolano. Il Barolo è decisamente un vino di carattere, ricco di profumi che possono andare dai fruttati evoluti, alle spezie e al tabacco, con ampie sensazioni gustative al palato che possono regalare emozioni incredibili.

 

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Un sorso di Liguria, vini e abbinamenti tipici

liguria scorcio

“Il mare d’inverno è un concetto che la mente non considera”, cantava la Bertè negli anni Ottanta. Sarà, ma l’idea di stare su una spiaggia, avvolta da una coperta che ripara dal vento, non mi dispiace affatto, soprattutto se penso di essere, su quella spiaggia, finalmente sola. Nessuna calca, nessun corpo flaccido e madido da cui scappare, nessuna bolgia dantesca. Solo io, il mio plaid ed un buon libro. Ovviamente nelle mie fantasie, oltre a tutto questo, immagino di avere come degno compagno (no, nessun Richard Gere, mi basta il mio…) una buona bottiglia di vino da sorseggiare in santa pace… cosa volere di più? Così, fantasticando tra un ricordo ed un altro, ho pensato alla Liguria ed ai suoi vini.

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Tignanello Igt, supertuscan d’eccellenza

vite

Quando uno dice Tignanello dice Marchesi Antinori. Una cara amica, Elena, ne ha portata una bottiglia del 2006 per una cena che vedeva protagonista l’Arrosto morto di Borgotaro, ricetta tipica della provincia di Parma. Non fatevi sorprendere dal nome della ricetta, però, nulla di macabro, anzi. Facendo una ricerca in rete ho scoperto che si dice “morto” perché è cotto in pentola e non in forno, come invece avviene tradizionalmente. Naturalmente se qualcuno di voi ne sapesse di più, l’origine storica o addirittura l’etimologia, non indugiate e fatecelo sapere. Venendo alla ricetta si tratta di un arrosto ripieno di verdure, carote e zucchine, con l’aggiunta di pancetta, che viene arrostito con i funghi IGP tipici di Borgotaro.

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Liaisons Dangereuses

vino e amore

Nel mestiere di sommelier, l’accordo perfetto esiste raramente. Per centrare una bella armonia fra pietanze e vini a tavola, tutti i commensali dovrebbero mangiare la stessa cosa – caso raro – oppure si dovrebbe servire una moltitudine di vini – caso molto difficile. Allora cerco di diventare l’uomo del compromesso. Ripiega abilmente su una bottiglia che riceve consenso, ma si sente spesso molto frustrato. Ecco perché l’operazione di costruire un abbinamento attorno ad un vino mi seduce.
A casa propria è più facile portar su una bottiglia dalla cantina e determinare in séguito i piatti che le permetteranno di esprimersi al meglio. Ma non c’è nulla di più soggettivo, di più inafferrabile, di più effimero che un accordo “perfetto”.

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