Posts made in dicembre, 2010

Cotognata bars

Cotognata bars, uno di quei nomi tamarri come i Centocelle nigthmare. Ma cosa volete, anche la foto è tagliata male (mi pare). Non mi sto impegnando, c’è poco da dire, la mia mente è assorbita da altro.  E’ che son piena di lavoro come un uovo, la mia vis creativa è dovuta momentaneamente deviare altrove e non riesco ad essere brillante,  devo ancora fare il cambio guardaroba e sistemare in ordine cromatico i pullover, sbinare il frigo e lavare la macchina – che attende la sua toelette dalla primavera scorsa – e tra poco è Natale e avrò la suocera a casa per tre giorni che starà sul divano, come Paolina Bonaparte sul triclinio, a far scrocchiare l’epistrofeo mentre io spignatterò in cucina pur sapendo che assaggerà  tutto ma non mangerà nulla. Vita grama!

 

Ma non vi dimentico miei silenziosi lettori.

 

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Delizia al limone

torta di latte condensato e limoneDi questa ricetta, deliziosa, mi limito a fare un copia e incolla e a costituirmi come cassa di risonanza nel web mangereccio. E la motivazione è presto spiegata: in questo periodo non ho affatto voglia di cucinare, per qualche giorno vivrò di rendita e rifilerò ricette che ho realizzato, con una certa lungimiranza, tempo addietro. Parallelamente a questa mia momentaneo disinteresse per il cibo (ribadisco che una certa discontinuità mi caratterizza, quindi è quanto mai appropriato il termine momentaneo) ammiro invece la tenacia e la costanza con la quale molte mie “colleghe” continuano a sfornare senza sosta.  Però, non volendo contravvenire ad un mio fermo proposito iniziale, quello nobile, fatto di disciplina e costanza, è mia intenzione pubblicare con una certa regolarità attingendo dagli archivi segreti.

 

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Francesco Moser, vita di un ciclista che fa il vino

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Le sue imprese sono legate alla mia infanzia e all’immagine di mio padre che, seduto accanto a me accalorato e paonazzo come pochi, tifava il grande ciclista, e a mia madre che, alzati gli occhi al cielo, gli diceva neanche troppo teneramente:”Ma Giorgio, è inutile che urli, tanto non ti sente!”. Ho rintracciato Francesco Moser per un’intervista, era una calda mattina estiva, intono alle 11.30. Lui mi disse che era seduto comodamente al bar con degli amici, bevendo “un calice di quello buono”, nel centro di Gardolo di Mezzo in Trentino. Oramai da anni, da quando si è ritirato dall’agonismo nel 1987, Francesco Moser vive lì, nel Maso Villa Warth dove si è messo a produrre vino. Non si creda però che abbia seguito una tendenza che, ultimamente, va per la maggiore, nossignore. Mi riferisco al connubio tra vip e mondo del vino che vede produttori, personaggi come Ottavio Missoni, Mick Hucknall, Sting, Gad Lerner, Ron e Ornella Muti, solo per citarne alcuni. Francesco Moser, al contrario, questo lavoro l’ha sempre fatto anche quando era nel mondo del ciclismo. “La nostra famiglia ha sempre prodotto vino in provincia di Trento, esattamente a Palù dove sono nato, ed io lavoravo nei campi già da quando ero ragazzo. Iniziammo negli anni Cinquanta con mio padre che vendeva all’ingrosso, poi nel 1975 quando mio fratello smise col ciclismo cominciammo ad imbottigliare”.

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Tutto quello che avresti sempre voluto sapere e un bel giorno hai osato chiedere a Google

Onestamente non sono una fanatica di dati e statistiche. Sono contenta che ci siano persone che passano da queste parti e sono stracontenta se ce ne sono altre che continuano a tornarci. Del resto, parliamoci chiaro, se uno mette in piedi un blog non è solo perché deve riordinare i suoi taccuini di ricette (che, tra l’altro, io ritengo molto più comodi di un pc), ma perché – volente o nolete – vuole buttarsi nella mischia digitale, raccontare qualcosa di sé, condividere il proprio “sapere” (qualunque esso sia), rendersi visibile sfruttando un mezzo tra i più democratici e magari entrare in contatto con una moltitudine che altrimenti gli rimarrebbe estranea. E perciò, prima o poi, si aspetta che qualcuno lo legga. Nonostante questo, come dicevo, non sono una che passa la giornata a fissare i grafici di Histats per capire se qualcuno è in ascolto, ma – è chiaro – ogni tanto ci vado, soprattutto perché mi incuriosiscono molto le chiavi di ricerca che portano a codesto blog (e, lo dico tranquillamente, per motivi squisitamente professionali).

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Frittelle salate di riso

frittella riso

Chiamarla ricetta di recupero è dire poco. Eppure è una delle ricette che mi ricorda di più la mia infanzia, sarà perché ad un certo punto mia mamma ha smesso di farle, e quindi la frittella di riso è rimasta appannaggio di un ben preciso periodo: seconda metà degli anni Settanta.

 

Presa da un attacco di presunzione mista a pigrizia, un giorno ho pensato di rifarle senza chiedere nulla a nessuno. Intanto sono facili, no? Col cavolo! O meglio, si sono semplici, ma le ho fatte, rifatte, trisfatte per scoprire che mancava l’ingrediente segreto, quella cosa che le rendeva uniche e profumate di pane appena sfornato. Ebbene si, una frittella di riso che sa di pane appena sfornato. Eccentrica.

 

E l’ingrediente segreto? Niente cose tipo sole-cuore-amore: vino bianco.

 

Ecco, allora, se vi avanza del riso – o anche no, sono così buone che potete farle anche di proposito –  mettetevi lì e in dieci minuti, più il tempo di frittura,  ve la cavate. Ma la frittella profumata, calda e croccante sarà un ricordo indelebile nella vostra mente.

 

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