Una profumata crostata con lo stampo dei miei sogni

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Lo so, sono cose da food blogger o forse solo da appassionati di cucina, ma mentre la mia amica Claudia colleziona smalti Chanel, io colleziono caccavelle.

La cosa si fa drammatica quando alcuni prodotti o non sono più in commercio, o sono troppo costosi, o semplicemente sono reperibili unicamente all’estero.

Avete idea, per esempio, quanto ci ho messo per trovare due stupidi piatti in metallo smaltato?

Va bene, per farla breve vi dico che era da tempo che facevo il filo alla teglia per crostate “lunga”, con il fondo amovibile. Una cosa furbissima perché la crostata lunga non è semplicissima da estrarre dalla teglia; almeno non per me. Se sono fortunata si sgretolano i bordi, quelli che io vorrei sempre rifiniti al laser, da torta industriale (che poi bisognerebbe sondare il perché, quando siamo al ristorante, siamo catturati dalla torta con qualche imperfezione che fa tanto genuino, poi a casa nostra vorremmo sfornare creazioni perfette, senza segni di cedimento alcuno), se invece la sfiga si accanisce, la torta si crepa e poi si spezza in due. E io le torte così non le presento manco per la colazione in famiglia.

Alla fine sono riuscita a trovarla qui, io che – com’è noto – ormai prediligo il pericolosissimo acquisto complusivo on-line.

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I bignè di Ernst Knam e ricordi (non miei)

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E’ che a volte piglia quella voglia di buono che…

Dovete sapere che mio marito nasce  e cresce a Milano, periferia nord- ovest, quatriere Certosa, nelle immediate vicinanze del Cimitero Maggiore. Insomma un postaccio.

All’inizio degli anni Settanta, quando l’abitudine di sani genitori era quella di lasciare che i bambini viaggiassero in auto senza cinture di sicurezza, di usare la saliva per togliere loro lo sporco dai visi, di guardare con indulgenza (o forse no, manco guardavano) i figli che condividevano con gli amici la stessa cannuccia, o lasciarli giocare con colori al piombo o con carrellini di compensato che schizzavano giù all’impazzata dalle rampe dei box, bene, in quei famosi anni Settanta, mio marito, che era un fanciullo di otto anni, usciva di casa a metà pomeriggio e non tornava prima del tramonto. L’unico modo di comunicare era urlare dal balcone e rispondere dalla strada, se non si era altrove.

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Un menù semplice

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Non ho avuto il blocco dello scrittore, no, è che tra una vettura da riparare, un nuovo gatto nero da educare, l’influenza da smaltire e qualche altra piccola incombenza domestica ho lavorato a un bellissimo progetto.

Sì, perché, sembra strano a dirsi, ma io lavoro anche. Nel tempo che mi rimane, quello libero ;)

Dicevo… un bellissimo progetto, firmato PAM.

PAM - la nota catena di supermercati che trovate grosso modo fino a Roma – ha pensato di proporre ai propri clienti un nuovo magazine, che ufficialmente si chiama Pam Panorama Magazine, distribuito dall’inizio di febbraio presso i punti vendita PAM e PANORAMA. Una rivista che avrà cadenza trimestrale e dove potrete trovare diverse ricette (tra cui quelle che vedete anche qui e uscite dal cappello dalla sottoscritta), consigli sui prodotti stagionali, info su vini, benessere e parecchio altro. La rivista è distribuita gratuitamente ma riservata ai titolari di carta fedeltà Per Te.

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Curd al passion fruit ( o maracuja)

curd (1 of 1)Il maracuja per me è stata una scoperta relativamente recente. Ho anche scoperto ancor più recentemente – cioè oggi – che è una varietà di Passiflora. Si chiama Passiflora edulis; insomma è cugina stretta di quei meravigliosi fiori che in estate adornano anche il mio giradino.

L’aspetto esteriore di questi frutti è tutt’altro che affascinante, dunque, data la mia disamina assai superficiale, non li ho mai acquistati.

Poi galeotta fu una  vacanza alle Canarie. Lì evidentemente sono un frutto quasi nazionale : lo si trova un pò dappertutto, in tutte le forme e a poco prezzo.

M’innamorai del maracuja durante una di quelle indolenti colazioni vacanziere, consumata rigorosamente al bar dove insieme al caffelatte (il cappuccino all’estero non se pò guardà) e a un pain pain au chocolat mi portarono un frullato di maracuja.

Questo frutto ha un sapore complesso, che ricorda vagamente la pesca, ma più acidulo e con un vago sentore di qualche fiore.

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Pàvlova esotica

pavlova1 (1 of 1)Non so se avete notato, ma manco siam riusciti a finire i panettoni natalizi che, eccociqui, con chiacchiere e frittelle di Carnevale.

Il blog non è ancora riuscito a smaltire il menù di Natale (e io i chili), che devo nuovamente metter su la friggitrice.

Bando alle ciance, oggi vi presento un dolce trionfante, trionfale, tronfio; l’apoteosi della panna e degli zuccheri, una nuvola bianca appariscente e squisitissima.

La Pavlova era il mio sogno culinario proibito. Mi è sempre parsa difficilissima, soprattutto in considerazione del fatto che per tanti anni il mio forno non partoriva altro che meringhe carbonizzate.

Poi il miracolo del forno elettrico. Abbastanza scalchignato per giunta. Picchi calorici modesti, ma è quel che ci vuole per le meringhe.

La Pavlova in questione (che, non sapevo, ma si pronuncia pàvlova e non pavlova), ha i sapori esotici grazie a un curd di fruit passion (la ricetta qui) e degli alchechengi tuffati nel cioccolato fondente.

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Millefoglie di astice e patate

astici (1 of 1)La cosa non è assolutamente complicata.

Non vi spaventate di fronte all’aspetto alieno di questi strani esseri terrestri, nè al fatto che vengono sovente presentati in ristoranti di un certo tenore; io per esempio non l’ho fatto. A me ha spaventato di più il costo.

Se però volete concedervi un bocconcino esageratamente buono, senza dover spignattare per ore e fare la vostra porca figura questo è ciò che fa per voi.

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Il Pan brioche delle sorelle Simili

pan briochesSono una di quelle persone che quando vede una pagnotta ne toglie tutta la mollìca e poi si mangia la crosta. La mollica finisce in forma di lucida palla a lato del piatto; la variante sono tante palline.

Se però la tavola è occupata da un abile e monologante oratore, può essere anche foggiata in qualche amena maniera.

Da queste parti i lievitati girano poco. La questione l’avrete capita anche voi: di tutto quel “sofficiume” non so bene cosa farmene. Buono per farne bruschette, ripieni, torte di pane, pain perdu o ribollite, intendiamoci, ma in genere preferisco baguette, schiacciatine e tutto ciò che fa cric e croc.

A Natale però ho avuto l’insana idea di darmi ai fornelli. Darsi ai fornelli a Natale è roba da fuori di testa, ne sono sempre più convinta.

Comunque a Natale mi sono data ai fornelli e ho partorito un menù semplice ma dignotosissimo .

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Capù (chei de bérghem)

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Ecco, mentre tutti stanno più o meno a biscottare, io mi lascio coinvolgere da ricette tradizionali e perdute che, alla fine, sono quelle che preferisco.

Questa ricetta l’avevo in serbo da tempo. Il mio cognome è di origine bergamasca e volevo approfondire la cucina di quella zona che, nonostante tutto, conosco poco.

Aspettavo che il periodo delle crucifere si facesse intenso  (non so voi, ma io non ne posso già più di cavoli e verze) per proporre questa delizia bergamasca scovata su un inserto del Corriere della sera piuttosto vecchio, il quale ci dice ben poco: Valli bergamasche. Il nome significa cappone, in realtà il volatile non c’entra nulla. Piatto delle valli bergamasche: si tratta di involtini  di verza ripieni di carne macinata.

Laconici.

Mi sono dunque dilettata a cercare altrove qualche notizia più suggestiva. Di suggestivo effettivamente non ho trovato niente. C’è solo da dire che è un piatto povero, nel ripieno ci finivano avanzi vari e residui di lavorazione di altre preparazioni, ragion per cui non esiste una vera e propria ricetta. Da quello che se ne deduce ogni casa fa un pò come meglio crede.

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Peperoni imbottiti (tra l’altro con noci, olive e melagrana)

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Passa il tempo quando ci si diverte…eh! Ho fatto piazza pulita di un po’ di cose e nello spazio che si è liberato son riuscita ad  allestire un ordinato e funzionale set fotografico.

Sebbene stanca e dolorante  – nel frattempo c’è stato il mio compleanno che mi ha ricordato il perché di tutti sti dolori – sarei voluta tornare con una ricetta dolce, magari trionfale e autunnale come un Mont Blanc, invece sono stata suggestionata da un filmaccio che, vi  confido con una certa ritrosia, un tempo mi era pure piaciuto. Trattasi di un pastone intitolato “Come l’acqua per il cioccolato” ispirato ad un celebre romanzo di Laura Esquivel. Letto pure quello.

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